e nelle immagini sonorizzate
di una bimba del ’56
tutto il fluido della spazio
che è scorso.
Vorrei sempre accorgermi
di essere nel luogo,
nello scatolone infinito
a cadere verso alcuna direzione,
vorrei sempre accorgermi
delle logiche del luogo.
Mi è concesso dire ora, nel vacuo colon
di guaina grigia e luci
di cui per brevità
non dirò il colore – che comunque
si aggirava intorno al blu?
Che l’unico soggetto passibile di perdono
sono le cose, gli oggetti.
Un’impalcatura anche questa.
So solo che ho sognato
una festa di travi
e di tubi di ferro
in cui stavo bene.
E non sono sicuro che non vi serva saperlo.
Vivo con la certezza di vivere
in una struttura
che mi corrisponde,
sebbene parli una lingua
spesso incomprensibile,
e tu: so che avrai le mani tenere,
e che esisti e sarai esistita
solo e unicamente
nel reame dei miei occhi.
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