Drip drop
Drip drop. E stanze al buio.
Face che trema. Altre immagini
da dizionario analogico, e posti
in fra mezzo, noi, trasversali. O forse,
solo io.
Quale linea mia appartiene che mi attraversa?
C’è da scrivere altro? Dico,
altro da questa esperienza,
almanacco mai fermo
di sensazioni-emozioni
che si credono collettive. E specchi,
che si infrangono non appena riflettono.
Vacillano i tuoi occhi acquosi
se si dichiarano a me, filtro della storia,
attraversato dal fascio della luce
che hai negli occhi
come un occhio antropomorfo.
Hai detto parole come martelli,
parlato della musica manouche,
sei tornata in un globo d’ombra,
mi hai offerto del mezcal,
hai detto cose, e a una tale velocità,
da confondermi: ti sei esposta.
Drip drop, onda in una goccia,
materia costernata dallo stillicidio
scavata in linee sempre più marcate,
questa roba qui, diciamola dolore…
mi passa tra le mani come una sfera,
non so neanche dirlo brutto. È, con tutte
le altre manifestazioni di un ordine infranto,
crollato, di un caos piatto, ortogonale,
e noi in fra mezzo, dentro, diagonali,
fessure, trincee, fori. E azioni, e mani
soprattutto, che scorrono
come pesci quadrati e duri
sull’asciutta scivola
di ogni scelta.
*
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