La testa sulla mia,
ci separa un cuscino.
Giocare con le dita
mi ricordi mia madre,
nella tua solitudine
e so che è un paragone
spesso frainteso
Dici, morirò di tumore,
ho fame, ridi,
hai occhiaie
che non ti appesantiscono.
Bel sole. Bello anche l’asfalto.
Nuotano nel corpo
maledizioni inaspettate.
*
Cerco di farci attenzione.
Il peccato… caspita.
Cosa va capito in una poesia?
Erano giorni che volevo scriverne una
su quelle parole di Henry James
– un uomo come me
ma altro da me
che ha prodotto
un segno
che è giunto in qualche modo
fino a me –,
quando parla dell’errore
che l’artigiano afgano nasconde apposta
in ogni tappeto.
E su altre cose.
Su una donna di seta di Hayez,
su una scarpa New Balance,
su un sanpietrino,
sul brecciolino,
su una trave di ferro
e su altri feticci
tutti insieme appassionatamente.
Parliamo di una scatola
dove si può mettere tutto,
basta che esprima, che suoni “bene.”
Basta che esprima…
Mi unisco agli alchimisti e penso questo:
che ancora ci sia un errore nell’universo-dio.
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