sabato 28 febbraio 2026

to on esti katholou malista pantōn

 

e nelle immagini sonorizzate

di una bimba del ’56

tutto il fluido della spazio

che è scorso.

 

Vorrei sempre accorgermi

di essere nel luogo,

nello scatolone infinito

a cadere verso alcuna direzione,

vorrei sempre accorgermi

delle logiche del luogo.

 

Mi è concesso dire ora, nel vacuo colon

di guaina grigia e luci

di cui per brevità

non dirò il colore – che comunque

si aggirava intorno al blu?

 

Che l’unico soggetto passibile di perdono

sono le cose, gli oggetti.

 

Un’impalcatura anche questa.

 

So solo che ho sognato

una festa di travi

e di tubi di ferro

in cui stavo bene.

 

E non sono sicuro che non vi serva saperlo.

 

Vivo con la certezza di vivere

in una struttura

che mi corrisponde,

sebbene parli una lingua

spesso incomprensibile,

e tu: so che avrai le mani tenere,

e che esisti e sarai esistita

solo e unicamente

nel reame dei miei occhi.

Drip drop

 

Drip drop

 

Drip drop.  E stanze al buio.

Face che trema. Altre immagini

da dizionario analogico, e posti

in fra mezzo, noi, trasversali. O forse,

solo io.

 

Quale linea mia appartiene che mi attraversa?

 

C’è da scrivere altro? Dico,

altro da questa esperienza,

almanacco mai fermo

di sensazioni-emozioni

che si credono collettive. E specchi,

che si infrangono non appena riflettono.

 

Vacillano i tuoi occhi acquosi

se si dichiarano a me, filtro della storia,

attraversato dal fascio della luce

che hai negli occhi

come un occhio antropomorfo.

Hai detto parole come martelli,

parlato della musica manouche,

sei tornata in un globo d’ombra,

mi hai offerto del mezcal,

hai detto cose, e a una tale velocità,

da confondermi: ti sei esposta.

 

Drip drop, onda in una goccia,

materia costernata dallo stillicidio

scavata in linee sempre più marcate,

questa roba qui, diciamola dolore…

mi passa tra le mani come una sfera,

non so neanche dirlo brutto. È, con tutte

le altre manifestazioni di un ordine infranto,

crollato, di un caos piatto, ortogonale,

e noi in fra mezzo, dentro, diagonali,

fessure, trincee, fori. E azioni, e mani

soprattutto, che scorrono

come pesci quadrati e duri

sull’asciutta scivola

di ogni scelta.

 

*

 

 

 

 

 


Su alcune parole di Henry James

 

La testa sulla mia,

ci separa un cuscino.

Giocare con le dita

mi ricordi mia madre,

nella tua solitudine

e so che è un paragone

spesso frainteso

 

Dici, morirò di tumore,

ho fame, ridi,

hai occhiaie

che non ti appesantiscono.

 

Bel sole. Bello anche l’asfalto.

Nuotano nel corpo

maledizioni inaspettate.

 

*

 

Cerco di farci attenzione.

 

Il peccato… caspita.

 

Cosa va capito in una poesia?

 

Erano giorni che volevo scriverne una

su quelle parole di Henry James

   un uomo come me

ma altro da me

che ha prodotto

un segno

che è giunto in qualche modo

fino a me –,

quando parla dell’errore

che l’artigiano afgano nasconde apposta

in ogni tappeto.

 

E su altre cose.

Su una donna di seta di Hayez,

su una scarpa New Balance,

su un sanpietrino,

sul brecciolino,

               su una trave di ferro.

                              

 

Mi unisco agli alchimisti e penso questo:

che ancora ci sia un errore nell’universo-dio.