(G – aspetta un attimo)
È giunto il crepuscolo
dei nostri anni insieme?
Meglio del meriggio
è chiaro il sole al crepuscolo.
Non avrò paura della notte
e del nuovo giorno
che seguirà.
Ho paura.
Aspettami… aspettami
nell’oltretomba del domani,
o cane troppo cane
per la mia caninità,
o vulcano di frecce.
Aspettami
senza aspettarmi,
senza rinunciare
al fato, alla forma
che ha avuto abbrivio
quando eri seme.
Un giorno non ci importerà
di queste separazioni fittizie:
tutto è ancora interno.
Ti voglio bene.
*
(G se n'è andata)
Crollata finalmente quella casa
che si ostinava a rimanere integra.
All’orizzonte, un mondo
senza fiori. So che è ancora bellissimo,
di nascosto, che lo sarà
quando il cuore – che nella casa
sta come un camino spento
e spietato
e iroso
e grigio –
sarà di nuovo acceso.
Adesso il bosco è mosso dal vento
in scorribande di foglie
e ciclamini.
Le cose sono immensamente sole,
immensamente consapevoli
di esserlo,
le cose non si piangono addosso,
la loro intenzione ferma non vacilla.
Stanno mute come chi
non deve più comprendere.
E quel silenzio, che stilla dalla terra,
è parte di te.
Una parte che non invoca pietà
che pietà non ha alcuna
e ha ucciso ogni speranza.
Infatti non c’è sole
in quegl’antri
ma solo l’immenso silenzio
che ha seguito lo strappo
della membrana che ci legava.
Vorrei recuperare da un orizzonte
in bianco e nero
in un tuffo
quella cosa
che è anche in me
e che si è saputa disperdere.
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