sabato 17 gennaio 2026

(G – nel forse)

 

(G – nel forse)

 

Aver rincorso,

essere incappato,

fiumi di parole

tentando di restituire

lo sconvolgimento

di fronte al mutare

delle cose.

 

Ho potato, sì,

ma mai sradicato.

 

 

Era il nostro nascondiglio

la tua spalla, la tua ascella. 

 

Chissà…

Chissà…

 

Quelle tue guance

o il tuo viso di luna

che dormiva.

 

Dormivi sempre felice.

 

Ora sei nel mio petto

svuotata dal dolore

e per questo ti vorrei.

 

Ci siamo snodati,

 membrane contorte

cercando di afferrare

il sogno,

 

intanto sospesi

in mare indecifrabile

a sbattere contro gli eventi

a influenzarli

e dipingevamo nelle cose

la cosa

di cui si parla di continuo,

l’unico vero tema

dietro ogni discorso.

 

*

 

Acclamiamo l’orda,

che arriverà

e usando il nostro corpo

travolgerà tutto

 te compresa.

 

Monolito: sei contento

ora che sei posto

in mezzo al fiume

e fai fatica a spostarti

ma devi?

Bada: sarai sgretolato

comunque.

 

Matto androne di ricordi

che percorro

sovrapposto

all’androne della vita…

                                                                                                                                                     

...ho davvero perso il suo calore

dicembrino, che ci ha uniti

  per tanti anni?

Oso pensare che anche tu

mi stai pensando,

e sono ancora

con la testa sulla spalla tua,

in quel calore

così terribile a perdersi,

così antico

(G – aspetta un attimo)

 

(G – aspetta un attimo)

 

È giunto il crepuscolo

dei nostri anni insieme?

 

Meglio del meriggio

è chiaro il sole al crepuscolo.

 

Non avrò paura della notte

e del nuovo giorno

che seguirà.

 

Ho paura.

 

Aspettami… aspettami

nell’oltretomba del domani,

o cane troppo cane

per la mia caninità,

o vulcano di frecce.

Aspettami

senza aspettarmi,

senza rinunciare

al fato, alla forma

che ha avuto abbrivio

quando eri seme.

 

Un giorno non ci importerà

di queste separazioni fittizie:

tutto è ancora interno.

 

Ti voglio bene. 

 

(G se n'è andata)

 

Crollata finalmente quella casa

che si ostinava a rimanere integra.

All’orizzonte, un mondo

senza fiori. So che è ancora bellissimo,

di nascosto, che lo sarà

quando il cuore – che nella casa

sta come un camino spento

e spietato

e iroso

e grigio –

sarà di nuovo acceso.

 

Adesso il bosco è mosso dal vento

in scorribande di foglie

e ciclamini.

 

Le cose sono immensamente sole,

immensamente consapevoli

di esserlo,

le cose non si piangono addosso,

la loro intenzione ferma non vacilla.

Stanno mute come chi

non deve più comprendere.

E quel silenzio, che stilla dalla terra,

è parte di te.

Una parte che non invoca pietà

che pietà non ha alcuna

e ha ucciso ogni speranza.

Infatti non c’è sole

in quegl’antri

ma solo l’immenso silenzio

che ha seguito lo strappo

della membrana che ci legava.

 

Vorrei recuperare da un orizzonte

in bianco e nero

in un tuffo

quella cosa

che è anche in me

e che si è saputa disperdere.