domenica 10 maggio 2026

Il deserto pt.7

Hai visto, hai visto

fuor di metafora

che a un certo punto

il deserto

è diventato mare.

 

Cane di alba,

airone d’ombra,

ennesima gabbianella

nel vento.

 

Nella forma della sabbia

nel giglio sparuto

trova il tuo richiamo

sconvolto, vulnerabile, assiso.

 

Lì vorrai eroderti,

sotto ogni acqua

vorrai dormire,

laggiù vorrai amare

e da quell’altra parte

accettare il vuoto.

 

Ciò che non ha causa

e non è mediabile

dal alcuna sensazione

ma ne è il resto,

il rimasuglio non filtrato, baluginio impensabile

che né a noi né al sole stesso

è chiaro.

 

Sbriciolarsi, allora, partire,

vivere per l’altro,

addomesticarsi alla libertà,

ripartire.

E mai, se ci riesci, mettere in dubbio,

mai tradire

la macchina fantasma del corpo,

le biglie forsennate che la muovono.

Piena in scorpione dietro nubi

5 a.m.

Stronzo. Non sei mai riuscito a piangere

senza escludere gli altri dal rito,

mai riuscito a piangere senza che fosse

un chiedere aiuto,

dare la tua acqua al deserto,

ridurre il mento al tremore delle cose.

 

Forse in fondo al mare,

sul fondo di quell’essere incompreso,

potrò schioccare le dita da solo,

non chiedermi se sarò cercato,

non sviluppare aborti

dal mio ventre uomo

e tornare davvero

in contatto.

 

*

 

Si è sbriciolato per qualche ora l’enigma.

 

Those are pearls that were his eyes, look.

 

Acqua, fondo nero.

 

Non dico che mi chiama: è in me

col resto.

Brutto periodo III

 Difendersi ed adattarsi,

spaesarsi e dunque dar fiato 

alla gola. 

 

Non ci si può ben tagliare

i capelli da soli,

spremersi i brufoli sulla schiena,

guardare non ci si può senza specchio.

 

Quindi, dai, non torturare

il bisogno che hai

di avere e di essere avuto,

oggi così aspro.

Se solo non ci fossero

acido nel cardias

odio tra le guance

e tachicardia…

 

Non so se il futuro

è il punto giusto

da cui guardarti,

o tu che ti affili le dita.

 

Di certo aiuta i poveri

a organizzare

l’unico capitale

dei propri sforzi

verso altra vita aguzza.

 

Avrei volentieri ereditato

la predisposizione

a perdermi nel presente

a non difendere mai

alcun futuro.

 

Ma la verità è che c’è un mondo perso:

non è perso di per sé,

e di per sé non è neanche

in caduta libera:

è perso in quel corpo

che si è perso,

che ha smarrito

l’unico centro

l’unico comandamento del suo Io.

 

Il sacerdozio mi impone di inseguirti gli occhi. E sotto il grande

desiderio, hai ragione, non ci sei solo tu, e ti è accanto la paura

di scomparire, se non di essere scomparso già.

Così tra poco, quando fumeremo ancora,

saprò soltanto esserti preda.

 

Cosa vorrei:

ascoltare Sad-eyed Lady of the Lowlands

di Dylan all’infinito, in uno spazio

completamente bianco e vuoto,

e che fosse solo questa

la mia vita.

Fresie

Ho visto che ti agitavi,

un terrore… 

Dà sguardo – il tuo –

al calabrone

e alla sua tomba di fresie.

 

Vorrei sabbia e un grembo,

grembo

in cui possa mai nessuno

disturbarci

mentre ci scopriamo.

Brutto periodo (II)

 E quindi, dunque, sperare

di esser soli al mondo

nel punto di maggior contatto

con gli altri.

 

C’è nero in me per lande infinite,

a volte ho preteso che fosse visto

ed è il mio unico regalo a tutti.

 

Regalo che do in automatico

pensandolo di mille colori.

 

Seme incontrollato

ti guardiamo crescere

mentre ti giudichiamo,

e tu non puoi che crescere.

Luna in Ariete (16-04-2016)

Era questa e solo questa la vita:

l’inturchesirsi del cielo,

l’indorarsi delle nuvole,

il torreggiare barocco

di palazzi di lava

e il mio amico Gioacchino,

che ha un dolore alla schiena

e vuole lasciare il lavoro. 

Notizie dalla casa gialla VII

 Giornata di scorpione e cancro,

di me che insisto

per mostrarvi la casa gialla,

l’uranio impoverito del passato.

 

Ti ho vista sistemare

una saliera, una pepiera,

un’oliera,

metterle tutte nella loro

mensola

nel bozzolo polveroso del box

in mezzo a un delirio

di detriti, fogli marci,

valigie sfondate

e calce,

ti ho vista sanguinare su un vetro tagliato,

ignorare i miei pallidi avvertimenti

– volevo in realtà seguirti fino a dove

saresti andata ( per scoprire cosa?),

provare tutte le chiavi sbagliate,

illudermi.

 

E poi vi ho guardate da lontano,

intraviste dalle foglie di una palma

che conosco troppo bene…

non capisco cosa ci ha portato qui,

quale curiosità,

quale urgenza di vedere

la putrefazione essudare il bello

di risolvere alla cieca

l’inquieto meccanismo dell’infanzia.

 

E in cantina Vittoria ha trovato

uno specchio

lì in silenzio dall’86. Sento di fargli

violenza a portarlo via,

a sradicarlo,

la stessa violenza che ho addosso.   

martedì 5 maggio 2026

Hop

 Carbura, hop, il compleanno è vicino. E il compagno con cui provi più disagio sei tu.

Hop….

Nella schiena una biglia che più non riconosco, contraria al moto del mio organo più bello.

Capirai. Si chiama solitudine. Dev’essere insopportabile finché non calcifica e assomigli già al tuo teschio. Ma almeno non sei responsabilità di nessuno. 


No, infatti.


Almeno sei libero di entrare e uscire dal sole. Di appenderti al muro, di fumare senza pensieri. Almeno quando sei contento lo sei solo e unicamente con te stesso. E va bene così. Tutto cicatrizza, e tutto è un malanno. E tutto ha il filtro color seppia. Avrei voluto: che le tue dita cercassero. Ma forse le hai separate dal corpo e non te ne sei accorta. In ogni caso, scusando il mio viso collinare, ti dico: va bene così. È solo lo spasmo dei corpi e hai fatto bene. E anche io ho fatto bene a lanciarmi. Hanno fatto tutti quell’unica cosa che potevano e non si può che dar loro pieni voti.