sabato 21 marzo 2026

Il deserto, seconda

 

A volte il deserto

Prende la forma

di una festa, di una jam session

qualunque,

quando l’alcol imperla la pelle

e troviamo ibrida e mostruosa

l’altrui gioia,

insopportabile la compagnia

di sé stessi in primis,

difficilissimo ogni rapporto.

 

È tagliato dal suo vento, chi lo attraversa,

smagrito, fusiforme,

araldo del proprio dolore

e ogni altro è più in là, oltre,

fuori portata

laddove se ne aveva così bisogno.

 

Ci è riuscito a volte

di cuocere il pane

in un falò di radici secche,

di inbluirci col cielo,

 divorare astri con denti d’occhio,

cercata la mano, afferrata la mano,

gioito che non si sbriciolasse

al tocco

che non fosse illusione

quale spesso è

tra le sabbie,

ma tutto il resto era sabbia.

 

Saprai tenerti il vento tra i capelli,

parlare ancora al pulviscolo,

avere a compagne le cose e basta,

le vecchie inanimate onnipresenti

cose amiche del dovunque,

quando, semmai accadrà,

finirà il  proseguire di gialli e di ocra?

 

Non importa. Il mondo è stato duro e certo

quando ha avuto il suo momento

e ora è un rimasuglio

di acari in setola di scopa,

un sorriso rivolto a un ricordo.

 

 

Non sembra cielo quello del deserto,

ma un rostro a sbranare

chiunque si trovi a lanciarsi,

e a un certo punto è il tuo turno,

tocca a te partire,

slacciarti,

farti immensa violenza.

Ogni sandalo lo sa: l’unica verità

è il passo e il passo compagno

che lo segue,

l’unica certezza

la misura

un passo:

il resto, son fauci di cielo

 ansiose

di sbranare e sputare.

 

 

Il deserto, prima

 


 

Dev’essere questa la forma che ha il deserto:

quella di un asfalto instupidito

da navigare con scarpa bangladina,

un vetro di bus pieno di essere filiformi,

una parola triste che si sussurra  

da sola.

 

Tornerei nella vasca liquami

della sud allevamenti belpassesi

a galleggiare

foglia affossata,

tornerei volentieri

marrone tra i liquami

e lì ci sarebbe ancora acqua,

più vita di quanto non si voglia credere

e  nessuno si azzarderebbe

a chiedermi di presenziare

alcuna cena,

di guardare negli occhi

un viso senz’occhi.

 

Dev’essere così che appare il deserto,

questi i suoi giorni

privi d’ogn’acqua  

di fonte,

sleale ogni sua mossa.

 

È successo così,

all’improvviso,

che tutto si vetrificasse

nella vampa

di un calore insopportabile

e che alternasse di lì in avanti

al caldo

un freddo pallido e lunare.

 

Non si affronta a testa alta, il deserto,

ogni orgoglio è presto infranto

da miraggi ondulini.

Non si osa sparlare del deserto.

 

Lo si attraversa domandandosi

se avrà fine, morituri

su un cammello di rabbia e bitume,

avvolti nelle lacrime.

E se si chiede aiuto,

a rispondere è l’aria secca,

è una duna silenziosa,

un breve cactus.

 

Solo lì i ricordi hanno un peso

che non giova al presente:

 

le lune di maggio;

la fossa che ci nascondeva

con tanta solerzia scavata,

abrasa nella roccia grezza.

 

 

 

 

 

domenica 15 marzo 2026

Dodici marzo ‘26


Muro, ti dicevo, questo sono io,

lacrima sparsa in burrone,

e tu traslucido non hai risposto.

 

  Non voglio più inventare,

                                         e solo, concentrarmi

                                                                        sui tuoi occhi grigiogialli,

                                                                                                                                                                                                                                                         e sembrarti un sasso.


Ascolta l’ostacolo che sembra

(e poi, svanire d’antrace)

 

 

Dove

ricordiamo?

 

                             

 

Dove

sembriamo?

 

 

Ho voglia, ma propria tanta, di starti nella mano,

d’esser pietra

 

                           (e osare scorrere rimanendo lì, immobile, osare sedersi per sedersi)

 

 

Oppure avere negli occhi un’altra caccia,

un altro occhio da guardare ossessi,

le zampe a scorticare il terreno, le zolle.

 

 

Non azzardarti mai più ad asserire,

non indebolirti nel bel canto,

ricorda, ricorda

il modo audace di finire una poesia,

superbia, sospiro, fuga,

ma sempre turbarsi

nel vivo taglio

di punto.

 

Rami saremo di polvere

 


Tavolino intarsiato

con sopra tabacco

e un bicchiere.

 

E poi, gocciolina,

fai che cadere

e il vuoto avrà per te

sapore

Qui si rimane soggetti

                              concreti

                              a provare a rilassare i muscoli,

                              a sorridere,

                                                                                                                                        e nessuno temo possa dire

di aver capito cosa siano

davvero gli altri,

se siano.

 

Rami saremo di polvere

domenica 1 marzo 2026

Brutto periodo (1)


 

Mentire, l’abbiamo fatto tutti,

e mentre la mano

compulsava

le cose che si offrivano

e il fenomeno splendeva,

completo e incompleto.

 

Cosa scriverà la mano

non ne è mai certa.

 

è mentire se non sai di farlo?

 

In questa estate moribonda

non smetto di avere freddo:  

ti porto la ferita,

padre/madre invisibile

che forse mi hai amato.

 

Così poi posso immaginarmi felice

in spazi isolati

in compagnia di soli oggetti.

 

 

Il loro silenzio…

 

 

…chissà perché

mi sembra assurdo esser stato

quel bambino

che intitolò un suo primo disegno

con la semplice parola “verde.”