Ieri notte non dovevo
tenere così a lungo
gli occhi su quella luna,
mi ha fatto impazzire.
Vi guardavo da lontano: siete importanti,
minuscoli.
Da qui mi spaventa il dolore che hai dentro,
quello di chi è stata uccisa nel nome
da bambina,
degli in parte invisibili,
di chi ha dovuto odiare
ciò che un tempo amava
e adesso
è uno a scelta dei propri arti
separato dal corpo e da ciò che sente.
Prima, che cercavamo un tabacco
che non trovavi e ti ho dato delle conchiglie,
ho visto una tua fiamma
tremare al vento di quanto
mi sforzo di dirti
per portarti in me.
Lo faccio perché ti desidero.
È meno gratuito, meno utile?
Vuoi per forza che non abbia intenzione?
Comunque ti resteranno le mie parole
e a me le tue.
E poi, isolato, mi sei sembrata asciutta,
bella d’inedia
e malgrado ciò vitale. Ho già conosciuto
la parte dell’universo
che non sa lasciarsi in pace,
la parte di Dio che si odia.
È l’unica con cui davvero mi va di parlare,
l’unica che ha senso riparare
ed è lo specchio esatto della terra in cui poggio,
per dire:
parlare di te è come parlare di me.
Poi ho invocato e guaito nella testa
e tra tutti non tu, ma un’altra, una vecchia
controparte, mi ha portato una droga
che ho rifiutato.
Vorrei vedere la fine del deserto
senza sapere mai quando l’avrò raggiunta,
solo l’ultima scena, i nostri volti,
se saranno distesi in un sorriso.
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