Dev’essere questa la forma che ha il deserto:
quella di un asfalto instupidito
da navigare con scarpa bangladina,
un vetro di bus pieno di essere filiformi,
una parola triste che si sussurra
da sola.
Tornerei nella vasca liquami
della sud allevamenti belpassesi
a galleggiare
foglia affossata,
tornerei volentieri
marrone tra i liquami
e lì ci sarebbe ancora acqua,
più vita di quanto non si voglia credere
e nessuno si azzarderebbe
a chiedermi di presenziare
alcuna cena,
di guardare negli occhi
un viso senz’occhi.
Dev’essere così che appare il deserto,
questi i suoi giorni
privi d’ogn’acqua
di fonte,
sleale ogni sua mossa.
È successo così,
all’improvviso,
che tutto si vetrificasse
nella vampa
di un calore insopportabile
e che alternasse di lì in avanti
al caldo
un freddo pallido e lunare.
Non si affronta a testa alta, il deserto,
ogni orgoglio è presto infranto
da miraggi ondulini.
Non si osa sparlare del deserto.
Lo si attraversa domandandosi
se avrà fine, morituri
su un cammello di rabbia e bitume,
avvolti nelle lacrime.
E se si chiede aiuto,
a rispondere è l’aria secca,
è una duna silenziosa,
un breve cactus.
Solo lì i ricordi hanno un peso
che non giova al presente:
le lune di maggio;
la fossa che ci nascondeva
con tanta solerzia scavata,
abrasa nella roccia grezza.
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